venerdì 22 maggio 2020

Fabio Panetta (Bce): L’Italia rilanci il Sud con agevolazioni sul Fisco


di Maria Elena Zanini
Corriere della Sera

Una miniera non ancora sfruttata con potenzialità altissime. Il Mezzogiorno italiano per Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, è ancora il grande inespresso dell’economia e della società italiana. È arrivato il momento di fare ripartire «questo motore inceppato da decenni», sottolinea Panetta durante un’evento di Rcs Academy dedicato agli scenari economici post emergenza. E il momento potrebbe essere ora. È fondamentale per l’economia italiana rilanciare la competitività, stimolando gli investimenti in tecnologia, formazione di capitale umano.

Lo è ancora di più per «un terzo della popolazione dell’Italia che si trova in una condizione economica inaccettabile», ribadisce l’ex direttore generale della Banca d’Italia. Nell’ambito di una revisione in atto a livello europeo delle norme sugli aiuti di Stato, la proposta di Panetta è semplice: «Valutare per il Mezzogiorno la possibilità di adottare una fiscalità di vantaggio, cioè la possibilità di consentire ad alcune zone di avere, per un determinato periodo, condizioni fiscali di vantaggio in funzione delle condizioni di sviluppo, di capacità di generare reddito e occupazione in quel territorio». In pieno accordo con la Commissione europea e dopo una seria valutazione sulle conseguenze in termini di copertura, di bilancio dello Stato e, ovviamente, di vantaggi per l’economia del Mezzogiorno.

La parola d’ordine dunque è ripartenza, da Nord a Sud; tornare a crescere superata la fase di difficoltà. «Come Bce — spiega Panetta — siamo intervenuti subito per mantenere acceso il motore dell’economia, dando finanziamenti alle banche a tassi negativi. Ma solo a condizione che quei fondi venissero poi utilizzati dalle banche per finanziare famiglie e imprese. Abbiamo messo a disposizione delle banche 3mila miliardi di euro. Abbiamo rilanciato il programma di acquisto di titoli: quest’anno la Bce comprerà nel complesso 1100 miliardi di titoli pubblici e privati per finanziare emittenti dell’area dell’euro». L’obiettivo, oltre a iniettare liquidità nelle casse di imprese e famiglie è quello di evitare una frammentazione finanziaria che impedisca il lavoro di politica monetaria della Banca centrale. E difendere, di conseguenza, l’economia reale, evitando un collasso che limiterebbe la capacità produttiva dell’economia europea e le possibilità di uscire dalla crisi. 

Il punto però, come sottolinea anche Panetta, è che la politica monetaria è sì fondamentale, ma da sola non può risollevare le sorti dell’economia europea. Occorre l’intervento di altre politiche. «Noi dovevamo costruire un ponte verso questo intervento — puntualizza Panetta— e mantenere condizioni adeguate per la politica monetaria. Le autorità europee, da parte loro, hanno approvato e stanno approvando delle misure importanti». Dal fondo europeo da 100 miliardi per finanziare la riduzione di orario dei lavoratori, in caso di chiusura parziale o totale delle imprese, all’intervento della Bei che fornirà finanziamenti fino a 200 miliardi all’anno alle imprese europee. Vi è poi la discussione sul Mes per fornire a ciascuno Stato membro fino al 2% del Pil, senza condizionalità. Sul tavolo poi c’è la proposta del presidente francese Emmanuel Macron e della cancelliera tedesca Angela Merkel di un Fondo per la ripresa da 500 miliardi per consentire ai paesi dell’Ue più colpiti dal virus di uscire dalla crisi indotta dalla pandemia: «Credo sia un’ottima proposta. Bisognerà vedere i dettagli — commenta l’economista — ma credo che sia sicuramente un notevole passo in avanti nella consapevolezza dell’esigenza di finanziare la ripresa. Ma la ripresa sarà possibile solo se sarà armonica, se riguarderà l’economia di tutta l’area dell’euro».

giovedì 21 maggio 2020

La pandemia al tempo di Giustiniano

Quello che stiamo vivendo ha riportato molto improvvisamente alla ribalta quella che è stata da sempre la più lunga ed estenuante guerra dell’uomo: quella contro i virus.

Una delle più feroci pandemie è quella arrivata nel 542 d. C. a Costantinopoli, all’epoca di Giustiniano, e propagatasi molto rapidamente in tutto il Mediterraneo.

L’Impero Bizantino, sotto la guida dell’ultimo sovrano di cultura latina, stava vivendo un periodo d’oro dal punto di vista civile, economico e militare. Salito in carica alla matura età di 45 anni, Giustiniano era riuscito a riconquistare buona parte dei territori dell’Occidente romano affidando a due grandi generali come Belisario e Narsete le campagne contro Vandali, Goti e Franchi.

Nell’intento di restaurare l’antico Impero Romano, ne aveva ripreso l’antica legislazione riordinandola e codificandola e aveva promulgato il Corpus Iuris Civilis, ancora oggi fondamenta del nostro diritto civile.
Inoltre, grazie alla lungimirante scelta di Costantino di spostare duecento anni prima l’epicentro dell’Impero Romano più a oriente, fondando una città con il suo nome, i bizantini godevano di un fiorente commercio soprattutto con India e Cina. Nonostante popolazioni agguerrite come i Sassanidi cercassero di limitare l’influenza bizantina in oriente ostacolandone il passaggio, Turchi e Axumiti avevano ritenuto più proficuo aprire le loro frontiere permettendo il passaggio delle merci più a sud attraverso la Crimea, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano.

Vasellame, stoffe, seta, ornamenti, vino, pelli, cuoio, schiavi e spezie percorrevano avanti e indietro migliaia di chilometri producendo benessere alla maggior parte degli 800.000 abitanti di Costantinopoli e finanziando le campagne militari di Giustiniano contro i barbari di occidente.
Purtroppo, nell’estate del 541, una barca colma di spezie partite dall’Etiopia, risalendo il Nilo, ormeggiava al porto egiziano di Pelusium scaricando oltre alla preziosa e profumata merce, famiglie di topi pieni di Yersinia pestis, terribile influenza virale diventata poi famosa con il nome di “peste bubbonica”.

Date le condizioni igienico-sanitarie dell’epoca, il virus non impiegò molto a saltare dai topi alle popolazioni di allora.
Arrivata all’inizio del 542 a Costantinopoli, l’epidemia poté godere anche allora di una popolazione non preparata ad affrontarla e soprattutto abituata a vivere un’attivissima vita sociale.
Nel giro di quattro mesi la peste decimò la popolazione arrivando ad uccidere dalle 5.000 alle 12.000 persone al giorno. A nulla servì lo spontaneo lockdown che bloccò i commerci e la vita pubblica, fece abbandonare i campi coltivati.

Fuori dalle mura della città vennero sepolti migliaia di cadaveri, ma ben presto iniziò a scarseggiare anche la mano d’opera utile per questo penoso compito.  I poveri medici si prodigavano con quanto di meglio la scienza aveva loro insegnato.
La disperazione e la fame si impadronirono di Costantinopoli che perse quasi la metà della sua popolazione.
Chi cercò scampo scappando dalla città viaggiò insieme al virus e ben presto fu pandemia.
L’onda nera travolse tutto il bacino del Mediterraneo e, in un’epoca in cui non si conoscevano rimedi utili e vaccini, si ripresentò a cadenze decennali per due secoli portandosi via in tutta Europa 50 milioni di persone.
Anche Giustiniano, ormai sessant’enne, fu colpito dal virus, ma riuscì a vincere anche questa battaglia.
Non fu però altrettanto brillante nell’intraprendere efficaci strategie per superare la crisi sociale ed economica in cui era caduto l’Impero, cioè nell’organizzare quella che noi oggi chiamiamo “fase 2”.
Negli oltre vent’anni che la sua salute di ferro gli permise ancora di governare, tramite lo spregiudicato uomo di finanza Barsime, Prefetto del Pretorio, riuscì a ristabilire i conti economici dell’Impero a costo di ulteriori enormi sacrifici per la popolazione. L’imposizione di insopportabili tasse, la vendita di cariche pubbliche che incrementò la corruzione, l’aumento delle imposte a carico dei governatori provinciali che ricadeva poi nuovamente con gli interessi sulla popolazione e la tassazione degli appezzamenti non coltivabili (una sorta di “patrimoniale”) aumentarono notevolmente l’impopolarità e il malcontento.


La politica non più lungimirante dell’ormai anziano Giustiniano e soprattutto dei suoi successori, provocò il graduale indebolimento dell’Impero Bizantino a vantaggio di agguerrite popolazioni come quella Longobarda che premevano sempre più i confini, iniziavano a coniare monete a nome degli imperatori bizantini, pronte a spazzare via l’Evo Antico e aprire le porte al Medioevo.

martedì 19 maggio 2020

Il Covid 19 sta massacrando i Navajo

Povertà e bellezza lancinanti sono la cifra della Navajo Nation, l’area al confine tra Utah, Colorado, Arizona e New Mexico dove si estende la riserva dei nativi americani.
L’indigenza è il dato comune di tutte le riserve indiane su cui sono di fatto confinati i due milioni e mezzo di nativi che rimangono negli Stati uniti, prigionieri della miseria più abbietta in un paese dove certo la povertà non fa difetto in tutte le sue forme. Nelle ultime settimane, nella riserva sono stati accertati 3.100 casi positivi e registrati oltre 100 decessi da Covid-19. 

Nelle ultime settimane, nella riserva sono stati accertati 3.100 casi positivi e registrati oltre 100 decessi. In termini relativi, la Navajo Nation ha quindi un tasso di mortalità secondo solo a New York, New Jersey, Connecticut e Massachusetts. Nel New Mexico i Navajo costituiscono l’1% della popolazione ma rappresentano il 57% dei casi nello stato, la proporzione è simile in Arizona.

Il virus ha esacerbato anche altre antiche tensioni come in terra Sioux. Qui le riserve Oglala di Pine Ridge e Cheyenne River non sono ancora state contaminate e per evitarlo le autorità Sioux hanno istituito posti di blocco per impedire l’accesso ad estranei. La governatrice del South Dakota, la repubblicana Kristi Noem ha diffidato i leader tribali dall’impedire il transito attraverso le riserve, compresa Pine Ridge, già teatro della famigerata strage di Wounded Knee.

domenica 17 maggio 2020

Cambiamenti climatici, nei prossimi tre decenni rivoluzione in vista per il vino italiano

La Terra vive dei cambiamenti piuttosto drastici, destinati a cambiare lo scenario ed il futuro dell’agricoltura, viticoltura in primis.

Questi i risultati di uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori internazionali, pubblicato sulla rivista americana “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

Il mondo del vino, insomma, non sarà più lo stesso. Il pamphlet ha analizzato le conseguenze dei cambiamenti climatici sulle condizioni delle vigne, studiando il suolo su cui vengono coltivate le undici più popolari varietà di vino.
Secondo i dai analizzati, nelle regioni leader nel mondo in termini di produzione, un aumento di due gradi rispetto ai valori preindustriali porterà alla perdita di circa il 56% dei terreni adatti alla produzione del vino. Il dato potrebbe peggiorare ulteriormente nel caso di aumenti maggiori: una crescita delle temperature di quattro gradi infatti significherebbe la perdita dell’85% dei terreni.
Si prospetta uno scenario molto complesso, soprattutto per Italia e Spagna, in cui, per i ricercatori, ci potrebbe essere una perdita sino al 90% del suolo attualmente coltivato a vite.

Le problematiche connesse a cambiamenti climatici sono diverse.
La prima è certamente la temperatura, che se aumenta influisce sulla fenologia della vite, ovvero sulla data in cui si verificano la rottura del germoglio, la fioritura e l’inizio della maturazione nonché sulla composizione del frutto quanto ad accumulo di zucchero e acidità dell’uva.
In secondo luogo, l’aumento del deficit idrico legato al diradamento delle piogge rende sempre più complessa l’irrigazione dei terreni. Infine, l’aumento delle radiazioni UV-B da un lato accresce nelle uve rosse la sintesi di tannino e colore, dall’altro induce nuovi aromi nelle uve bianche.

Gli effetti più negativi rischiano di abbattersi sui Paesi del Sud Europa, che potrebbero subire a breve delle pesanti perdite di produttività o peggio, a lungo termine, diventare parzialmente inadatti alla coltivazione del vino.
Per quanto riguarda il caso l’Italia, le regioni a rischio sono Sicilia e Sardegna, quelle che da sempre hanno problemi di siccità maggiori e dove nei prossimi tre decenni si registreranno fenomeni di desertificazione.
Non se la cavano meglio altre famose aree europee di produzione vinicola.
Secondo uno studio universitario condotto da un gruppo di scienziati e storici svizzeri, francesi e tedeschi, pubblicato su “Climate of the Past”, il giorno di inizio della vendemmia in Borgogna, dopo essere rimasto lo stesso per oltre sei secoli, negli ultimi trent’anni si è anticipato di colpo a causa dei cambiamenti climatici. Una tendenza che ormai è diventata realtà anche nel nostro Paese.
Nel frattempo, in Portogallo, nella regione del Douro, negli ultimi 60 anni il gelo è diminuito, i giorni caldi estremi sono aumentati, così come le notti tropicali.
Condizioni che, sommate al crescente stress idrico, potrebbero influire sulla qualità finale del vino.
Non va meglio in Australia, dove a causa di diverse catastrofi ambientali di ampia portata accadute ultimi anni, come i recenti incendi, quattro quinti delle aree più vocate per la viticoltura potrebbero non essere più adatte a far crescere la vite, soprattutto a causa della siccità.

A beneficiarne, alcune zone del Regno Unito, dove diventerà possibile coltivare il Pinot nero o il Sangiovese. Di fatto, i territori più a nord, o comunque con elevata altitudine, diventeranno lo scenario perfetto per la viticoltura. E così, in Germania o nella costa umida del Pacifico al confine fra Canada e Usa ci potrà essere uno sviluppo inaspettato della produzione.

Quali rimedi, almeno temporanei, potrebbe adottare il mondo del vino in Italia? Molti i produttori cercano di contrastare l’estremizzazione dei fenomeni climatici. Contro la siccità si cerca di potenziare l’irrigazione, ma non è una soluzione praticabile ovunque tanto che in alcune aree si prova ad arare i terreni in profondità in autunno, per far sì che incamerino più acqua possibile come riserva per la primavera e l’estate. In un futuro più lontano, le strade percorribili saranno la diversificazione dei vitigni ed cambiamento nella disposizione dei filari.

sabato 16 maggio 2020

Zoom vale più di sette compagnie aeree

A causa della pandemia, la tecnologia delle piattaforme di contatto sta permettendo al Mondo di restare in contatto e molte persone sono passate al lavoro e alla socializzazione da casa. Se queste tendenze diventano la nuova normalità, alcune società potrebbero avere una grande crescita.
E’  quello che sta succedendo a Zoom Communications. La popolare società di videoconferenza  è un ottimo esempio di organizzazione che beneficia di questa transizione.  A partire dal 15 maggio 2020, la capitalizzazione di mercato di Zoom è salita alle stelle a $ 48,8 miliardi , nonostante abbia registrato ricavi di soli $ 623 milioni nell’ultimo anno.
Cosa separa Zoom dalla concorrenza e cosa ha portato alla forte impennata dell’app nella cultura aziendale tradizionale?
Gli analisti del settore affermano che gli utenti business sono stati attratti dall’app grazie alla sua interfaccia intuitiva e all’esperienza utente, nonché alla capacità di supportare fino a 100 partecipanti alla volta. L’app è anche esplosa tra gli educatori per l’uso nell’apprendimento online, dopo che il CEO Eric Yuan ha fatto ulteriori passi per garantire che le scuole potessero utilizzare la piattaforma gratuitamente.
I partecipanti alla riunione di Zoom sono saliti alle stelle negli ultimi mesi, passando da 10 milioni a dicembre 2019 a ben 300 milioni ad aprile 2020.

Il declino delle compagnie aeree

L’industria aerea è stata dalla parte opposta della fortuna, subendo un crollo senza precedenti della domanda poiché le restrizioni internazionali hanno bloccato gli aeroporti:
Dalla fine di gennaio, le principali compagnie aeree mondiali per fatturato hanno perduto il 62% in valore totale:

Con i paesi che si affrettano a contenere la diffusione di COVID-19, molte compagnie aeree hanno ridotto la capacità di viaggio, licenziato i lavoratori e ridotto la retribuzione dei dirigenti per cercare di rimanere a galla.
Fonte: YCharts. Tutte le capitalizzazioni di mercato elencate al 15 maggio 2020.

Cosa riserva il futuro?

Il recente successo di Zoom è un prodotto delle sue circostanze, ma durerà? Questa è una domanda nella mente di molti investitori e esperti in vista dei risultati del primo trimestre della società che verranno pubblicati a giugno.
Non è stato tutto perfetto per l’azienda: una serie di incidenti di “Zoom Bombing”, in cui persone non invitate hanno dirottato le riunioni, hanno messo sotto controllo le misure di sicurezza dell’app. Tuttavia, la società è rimasta resiliente, fornendo rapidamente supporti per combattere il problema.
Nel frattempo, dal momento che molte parti del mondo iniziano a prendere misure per riavviare l’attività economica, le compagnie aeree potrebbero vedere un cauto ritorno sui cieli, sebbene tale ripresa sarà sicuramente una “lenta, lunga ascesa”.

venerdì 15 maggio 2020

L’Italia che verrá : innovazione e coesione. Ne discutono oggi Ermete Realacci e Francesco Starace

In che direzione vanno le aziende italiane in questa fase di emergenza ?

Perché il Manifesto di Assisi è una bussola per ripartire contro la crisi?
Come possiamo costruire un'Italia migliore partendo dalle imprese che si sono messe al servizio della comunità, cambiando e innovando.

Le racconta anche il Corriere BuoneNotizie.

Ai Symbola Talks "L'Italia che verrà" di oggi, venerdì 15 maggio, ce lo racconta il protagonista Francesco Starace di Enel Group in un dialogo con il presidente Symbola Ermete Realacci
Segui l'appuntamento nella rubrica > https://bit.ly/Italiacheverrà

giovedì 14 maggio 2020

Nouriel Roubini è “Mister Doom”, il profeta di sventure

In un articolo scritto per il World Economic Forum l’economista elenca dieci motivi (coerenti, per carità e che riportiamo) per cui il Mondo starebbe per collassare in una nuova Grande Depressione. In realtà “Mister Doom” dimentica l’impatto della Terra con un asteroide, lo sbarco di extra terrestri desiderosi di sterminarci, l’invasione delle formiche rosse, quella delle locuste e l’aumento degli spostamenti tettonici delle grandi placche del pianeta che provocheranno eruzioni vulcaniche e terremoti disastrosi. Insomma, a furia di prevedere sciagure, prima o poi qualcosa la indovinerà davvero.
Quando si dice, meglio non leggere che leggere, meglio farsi una passeggiata approfittando della bella giornata di sole che preoccuparsi del prossimo allineamento dei pianeti con la galassia. Comunque per chi avesse ancora voglia ecco i dieci punti, più la nuova Grande Depressione, previsti dall’economista nato ad Istanbul.
Dall’articolo pubblicato sul sito del World Economic Forum:
La prima tendenza riguarda i deficit e i loro rischi corollari: debiti e insolvenze. La risposta politica alla crisi COVID-19 comporta un massiccio aumento dei disavanzi fiscali – dell’ordine del 10% o più del PIL – in un momento in cui i livelli del debito pubblico in molti paesi erano già elevati, se non insostenibili.  Peggio ancora, la perdita di reddito per molte famiglie e imprese significa che anche i livelli del debito del settore privato diventeranno insostenibili, portando potenzialmente a insolvenze di massa e fallimenti. Insieme a livelli crescenti di debito pubblico, tutto ciò assicura una ripresa più anemica di quella seguita alla Grande Recessione dieci anni fa.
Un secondo fattore è la bomba a orologeria demografica nelle economie avanzate. La crisi COVID-19 mostra che una spesa pubblica molto maggiore deve essere destinata ai sistemi sanitari e che l’assistenza sanitaria universale e altri beni pubblici rilevanti sono necessità, non lussi. Tuttavia, poiché la maggior parte dei paesi sviluppati ha società che invecchiano, il finanziamento di tali esborsi in futuro renderà ancora più grandi i debiti impliciti dei sistemi di assistenza sanitaria e previdenziale non finanziati di oggi.
Un terzo problema è il crescente rischio di deflazione. Oltre a provocare una profonda recessione, la crisi sta anche creando un enorme rallentamento dei beni (macchine e capacità inutilizzate) e dei mercati del lavoro (disoccupazione di massa), oltre a determinare un crollo dei prezzi di materie prime come petrolio e metalli industriali. Ciò rende probabile la deflazione del debito, aumentando il rischio di insolvenza.
Un quarto fattore (correlato) sarà la svalutazione della valuta. Man mano che le banche centrali tentano di combattere la deflazione e di scongiurare il rischio di un aumento dei tassi di interesse (a seguito del massiccio accumulo di debito), le politiche monetarie diventeranno ancora più non convenzionali e di vasta portata. A breve termine, i governi dovranno correre per evitare depressione e deflazione. Tuttavia, nel tempo, gli effetti  della de-globalizzazione e un rinnovato protezionismo renderanno quasi inevitabile la stagflazione.
Una quinta questione è la più ampia perturbazione digitale dell’economia. Con milioni di persone che perdono il lavoro o lavorano e guadagnano meno, le lacune in termini di reddito e ricchezza dell’economia del XXI secolo si allargheranno ulteriormente. Per proteggersi dai futuri shock della catena di approvvigionamento, le aziende nelle economie avanzate riporteranno la produzione dalle regioni a basso costo a mercati nazionali a più alto costo. Ma piuttosto che aiutare i lavoratori a casa, questa tendenza accelererà il ritmo dell’automazione, esercitando una pressione al ribasso sui salari e alimentando ulteriormente le fiamme del populismo, del nazionalismo e della xenofobia.1
Ciò indica il sesto fattore principale: la de-globalizzazione. La pandemia sta accelerando le tendenze verso la balcanizzazione e la frammentazione che erano già ben avviate. Gli Stati Uniti e la Cina si separeranno più rapidamente e la maggior parte dei paesi risponderà adottando politiche ancora più protezionistiche per proteggere le imprese e i lavoratori domestici dalle perturbazioni globali. Il mondo post-pandemia sarà caratterizzato da restrizioni più rigide alla circolazione di beni, servizi, capitali, lavoro, tecnologia, dati e informazioni. Ciò sta già accadendo nei settori farmaceutico, delle attrezzature mediche e alimentari, dove i governi stanno imponendo restrizioni all’esportazione e altre misure protezionistiche in risposta alla crisi.
Il contraccolpo contro la democrazia rafforzerà questa tendenza – settimo fattore. I leader populisti spesso beneficiano della debolezza economica, della disoccupazione di massa e della crescente disuguaglianza. In condizioni di maggiore insicurezza economica, ci sarà un forte impulso a far da capro espiatorio agli stranieri per la crisi. I colletti blu e le ampie coorti della classe media diventeranno più sensibili alla retorica populista, in particolare proposte per limitare la migrazione e il commercio.
Ciò indica un ottavo fattore: la contrapposizione geo-strategica tra Stati Uniti e Cina. Con l’amministrazione Trump che fa ogni sforzo per incolpare la Cina per la pandemia, il regime del presidente cinese Xi Jinping raddoppierà la sua affermazione che gli Stati Uniti stanno cospirando per impedire l’ascesa pacifica della Cina.
Peggio ancora nono fattore, questa rottura diplomatica preparerà il terreno per una nuova guerra fredda tra gli Stati Uniti e i suoi rivali – non solo la Cina, ma anche la Russia, l’Iran e la Corea del Nord. Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, ci sono tutte le ragioni per aspettarsi un’impennata della guerra informatica clandestina, che potrebbe potenzialmente portare anche a scontri militari convenzionali. E poiché la tecnologia è l’arma chiave nella lotta per il controllo delle industrie del futuro e nella lotta alle pandemie, il settore tecnologico privato degli Stati Uniti diventerà sempre più integrato nel complesso industriale di sicurezza nazionale.
Un rischio finale che non può essere ignorato è l’interruzione ambientale che, come ha dimostrato la crisi COVID-19, può provocare un caos economico molto maggiore di una crisi finanziaria. Epidemie ricorrenti (HIV dagli anni ’80, SARS nel 2003, H1N1 nel 2009, MERS nel 2011, Ebola nel 2014-16) sono, come i cambiamenti climatici, essenzialmente disastri causati dall’uomo, nati da scarsi standard sanitari e sanitari, l’abuso di natura sistemi e la crescente interconnettività di un mondo globalizzato. La pandemia e i numerosi sintomi morbosi dei cambiamenti climatici diventeranno più frequenti, gravi e costosi negli anni a venire. Questi dieci rischi, che si profilano già prima dell’inizio di COVID-19, ora minacciano di alimentare una tempesta perfetta che trascina l’intera economia globale in un decennio di disperazione. Entro il 2030, la tecnologia e una leadership politica più competente potrebbero essere in grado di ridurre, risolvere o minimizzare molti di questi problemi, dando origine a un ordine internazionale più inclusivo, cooperativo e stabile. Ma ogni lieto fine presuppone che troviamo un modo per sopravvivere all’imminente Grande Depressione.