giovedì 21 maggio 2020

La pandemia al tempo di Giustiniano

Quello che stiamo vivendo ha riportato molto improvvisamente alla ribalta quella che è stata da sempre la più lunga ed estenuante guerra dell’uomo: quella contro i virus.

Una delle più feroci pandemie è quella arrivata nel 542 d. C. a Costantinopoli, all’epoca di Giustiniano, e propagatasi molto rapidamente in tutto il Mediterraneo.

L’Impero Bizantino, sotto la guida dell’ultimo sovrano di cultura latina, stava vivendo un periodo d’oro dal punto di vista civile, economico e militare. Salito in carica alla matura età di 45 anni, Giustiniano era riuscito a riconquistare buona parte dei territori dell’Occidente romano affidando a due grandi generali come Belisario e Narsete le campagne contro Vandali, Goti e Franchi.

Nell’intento di restaurare l’antico Impero Romano, ne aveva ripreso l’antica legislazione riordinandola e codificandola e aveva promulgato il Corpus Iuris Civilis, ancora oggi fondamenta del nostro diritto civile.
Inoltre, grazie alla lungimirante scelta di Costantino di spostare duecento anni prima l’epicentro dell’Impero Romano più a oriente, fondando una città con il suo nome, i bizantini godevano di un fiorente commercio soprattutto con India e Cina. Nonostante popolazioni agguerrite come i Sassanidi cercassero di limitare l’influenza bizantina in oriente ostacolandone il passaggio, Turchi e Axumiti avevano ritenuto più proficuo aprire le loro frontiere permettendo il passaggio delle merci più a sud attraverso la Crimea, il Mar Rosso e l’Oceano Indiano.

Vasellame, stoffe, seta, ornamenti, vino, pelli, cuoio, schiavi e spezie percorrevano avanti e indietro migliaia di chilometri producendo benessere alla maggior parte degli 800.000 abitanti di Costantinopoli e finanziando le campagne militari di Giustiniano contro i barbari di occidente.
Purtroppo, nell’estate del 541, una barca colma di spezie partite dall’Etiopia, risalendo il Nilo, ormeggiava al porto egiziano di Pelusium scaricando oltre alla preziosa e profumata merce, famiglie di topi pieni di Yersinia pestis, terribile influenza virale diventata poi famosa con il nome di “peste bubbonica”.

Date le condizioni igienico-sanitarie dell’epoca, il virus non impiegò molto a saltare dai topi alle popolazioni di allora.
Arrivata all’inizio del 542 a Costantinopoli, l’epidemia poté godere anche allora di una popolazione non preparata ad affrontarla e soprattutto abituata a vivere un’attivissima vita sociale.
Nel giro di quattro mesi la peste decimò la popolazione arrivando ad uccidere dalle 5.000 alle 12.000 persone al giorno. A nulla servì lo spontaneo lockdown che bloccò i commerci e la vita pubblica, fece abbandonare i campi coltivati.

Fuori dalle mura della città vennero sepolti migliaia di cadaveri, ma ben presto iniziò a scarseggiare anche la mano d’opera utile per questo penoso compito.  I poveri medici si prodigavano con quanto di meglio la scienza aveva loro insegnato.
La disperazione e la fame si impadronirono di Costantinopoli che perse quasi la metà della sua popolazione.
Chi cercò scampo scappando dalla città viaggiò insieme al virus e ben presto fu pandemia.
L’onda nera travolse tutto il bacino del Mediterraneo e, in un’epoca in cui non si conoscevano rimedi utili e vaccini, si ripresentò a cadenze decennali per due secoli portandosi via in tutta Europa 50 milioni di persone.
Anche Giustiniano, ormai sessant’enne, fu colpito dal virus, ma riuscì a vincere anche questa battaglia.
Non fu però altrettanto brillante nell’intraprendere efficaci strategie per superare la crisi sociale ed economica in cui era caduto l’Impero, cioè nell’organizzare quella che noi oggi chiamiamo “fase 2”.
Negli oltre vent’anni che la sua salute di ferro gli permise ancora di governare, tramite lo spregiudicato uomo di finanza Barsime, Prefetto del Pretorio, riuscì a ristabilire i conti economici dell’Impero a costo di ulteriori enormi sacrifici per la popolazione. L’imposizione di insopportabili tasse, la vendita di cariche pubbliche che incrementò la corruzione, l’aumento delle imposte a carico dei governatori provinciali che ricadeva poi nuovamente con gli interessi sulla popolazione e la tassazione degli appezzamenti non coltivabili (una sorta di “patrimoniale”) aumentarono notevolmente l’impopolarità e il malcontento.


La politica non più lungimirante dell’ormai anziano Giustiniano e soprattutto dei suoi successori, provocò il graduale indebolimento dell’Impero Bizantino a vantaggio di agguerrite popolazioni come quella Longobarda che premevano sempre più i confini, iniziavano a coniare monete a nome degli imperatori bizantini, pronte a spazzare via l’Evo Antico e aprire le porte al Medioevo.

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